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LA SCATOLA DI LATTA (7° e ultima parte)

Era andata così. Il piccolo Matteo, come tutte le domeniche dopo pranzo, si era messo a giocare con le sue macchinine, ma sempre con un orecchio teso ai discorsi da grandi con cui la famiglia riunita, zii e nonni compresi, si intratteneva per tutto il tempo del caffè e ammazzacaffè. Chissà come, avevano finito per parlare di sodi e di ricchezze, lotterie e vincite fortunate. Era stato allora che qualcuno aveva detto di aver sentito con certezza da una persona assolutamente affidabile che Donna Concetta, molti anni prima, aveva vinto una lotteria e che aveva nascosto da qualche parte vicino al letto la sua fortunata vincita. Matteo era rimasto folgorato da quella notizia. E la sera, nel suo lettino, non aveva potuto fare a meno di pensarci e ripensarci, e decidere che, se qualcosa poteva fare per salvare le sorti di suo padre e di tutta la sua famiglia, questo era cercare quella fortuna, intrufolandosi nella casa della povera anziana quando questa si fosse allontanata nella sua vigna. L’occasione non aveva tardato ad arrivare e lui, dopo aver scostato dal muro il comò, utilizzando uno straccetto trovato lì in cucina per non rischiare di lasciare impronte, così come aveva visto fare al suo eroe in tv, aveva trovato il pertugio; poi, fiero, col suo bottino nascosto sotto la capiente maglietta, era corso a nascondersi in casa sua, dove – emozionato – aveva aperto la scatola, immaginando la fine dei loro stenti. Invece, vi aveva trovato solo un pupazzino sgangherato, un barattolino con qualcosa che gli era parso simile al riso, un rosario e qualche letterina, di cui non conobbe mai i contenuti perché era ancora troppo piccolo per saper leggere. Del bottino, nemmeno l’ombra. Sedata l’onta della delusione, Matteo aveva deciso che le sorti della sua famiglia le avrebbe salvate un’altra volta e che, intanto, avrebbe aggiunto quel carabiniere di piombo al plotoncino degli altri suoi pupazzi che proprio in quel momento stavano partendo per il fronte.

***

«Donna Concetta – chiese il Maresciallo, porgendole la scatola che subito lei si strinse sul cuore – pensa di rimettere la querela?», proprio mentre Nicola stava già archiviando nel tritacarte l’unico verbale incompleto esistente. Gli occhi di tutti erano puntati sul piccoletto, che intanto si guardava la punta delle scarpe. «Beh, la rimetto solo a patto che Matteo mi prometta di aver capito che non è questo il modo per aiutare il papà e che in futuro sceglierà di comportarsi da persona onesta». Attesero. Il piccoletto alzò timidamente lo sguardo avvolto dagli occhiali spessi e, lentamente, fece segno di sì con la testa. «Ma il carabiniere di piombo posso tenerlo?», chiese con un filo di voce. Poteva. Certo che poteva. Donna Concetta sapeva che, almeno quello, nessuno lo avrebbe mai più cercato. Gli sorrise, gli spolverò la testolina scura e, finalmente, il piccolino fu “rimesso in libertà”; almeno dai carabinieri, perché invece Mariuccia la sonora sculacciata che gli aveva promessa non gliel’avrebbe certamente risparmiata. Giusto per esser certa che la lezione era stata ben recepita. 

***

Quella domenica mattina sembrava che in casa di Donna Concetta le campane della chiesetta del paese sia sentissero più forte del solito. O forse era la gioia che lei stava provando e che il Maresciallo e l’Appuntato, andati fin lì per farle visita, le leggevano chiaramente negli occhi. «Io non credevo vi sareste spesi così tanto per me e per una piccola scatola di latta. Davvero, non so come ringraziarvi. Qui c’è qualche frutto del mio orto, una bottiglia di vino, qualche uovo e un po’ di pasta fatta in casa: spero vogliate accettarlo come segno della mia più profonda e sincera gratitudine» e fece per porgere un delizioso cesto tra le mani del Maresciallo, che però, con garbo, lo respinse e lo rimise tra le sue. «Donna Concetta, non le nascondo che mi piacerebbe ancora, così come ho fatto quando era un giovanotto, investigare su casi complessi, ingabbiare gli assassini, perdendoci il sonno…». «E la fame!», aveva aggiunto una voce sommessa di un ironico Nicola. «Perderci il sonno – aveva ripreso con un tono più alto, guardando sottecchi e con aria simpaticamente minacciosa il suo Appuntato, il Maresciallo – ma, se esistessero solo certi reati, la nostra presenza anche nei posti più sperduti non avrebbe senso. Il nostro compito vero è quello di essere il più possibile vicini alla gente e occuparci di tutto ciò che li coinvolge; comprese misteriose sparizioni di scatole di latta, se è il caso. E le dirò di più: forse, poche volte, nel risolvere un caso, avevo provato la stessa soddisfazione che provo ora leggendole la gioia stampata in faccia». Insomma, pareva, come al solito, che avesse fatto tutto solo lui, e Nicola, che conosceva bene il suo Comandante, lasciava, con una sorta di affettuosa comprensione, a lui tutti i meriti; in più, questa volta gli stava piacendo quella malcelata emozione che vibrava nell’aria. Poi, però, ci pensò il Maresciallo stesso a spoetizzare anche quel magico momento. «Ma ora dobbiamo proprio andare…», disse appropinquandosi rapidamente verso l’uscita; e Nicola sapeva già, vista l’ora e considerato che era domenica, in quale attività, decisamente indelegabile, il suo Superiore si sarebbe presto cimentato.   

***

«Un biglietto di sola andata per l’Isola». L’omino dietro il vetro sbirciò il monitor attraverso gli occhialini spessi sospesi sul naso e, dopo qualche click, stampò il biglietto. Nicola prese il suo portamonete, lo aprì e incontrò il sorriso lentigginoso della sua piccolina; la sfiorò con il pollice, ricambiò al suo sorriso e già gli parve di avvertire la sensazione del suo naso infilato tra quella montagna di capelli di profumato cotone corvino.

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Pubblicato da su 11 gennaio 2012 in Racconti

 

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LA SCATOLA DI LATTA (6° parte)

«C’è da fare una notifica a Cusmai». Il Maresciallo irruppe nell’ufficio, rincorso dalla solita nuvola di dopobarba del primo mattino e con un’aria che a guardarlo pareva dovesse mettere a ferro e fuoco il mondo. Cusmai era un carpentiere, un brav’uomo, che qualche tempo prima aveva avuto la sventura di cadere da un albero da frutta e rompersi una gamba. Su quell’albero ci era salito perché, dopo il lavoro, andava ad arrotondare un po’, dando una mano nei campi a chi gliela chiedeva, così da riuscire a far fronte alle spese di una figlia alle scuole alte, di un’altra al liceo e del piccolino, giunto a sorpresa dopo alcuni anni dalle prime due. Da quando gli era capitato quel triste incidente, però, Mimmo Cusmai non faceva altro che disperarsi perché, ormai, in casa il soldo scarseggiava e proprio non sapeva più come fare. E non perdeva mai occasione di parlarne con chiunque. Nicola era abbastanza certo della onestà di Mimmo, ma la mano sul fuoco aveva imparato a non metterla più per nessuno, soprattutto da quando l’esperienza gli aveva insegnato che la disperazione è il motore che può facilmente trasformare un brav’uomo in un criminale. Per questo, la notifica di un atto, da fare direttamente in casa sua, cascava decisamente a fagiolo, così gli avrebbe consentito di scambiare chiacchiere e pareri, oltre che guardarsi attorno, come del resto sempre faceva. «Tu vai da lui, mentre io vado a depositare i corpi di reato in Tribunale, così chiedo se è stato firmato il decreto per quei tabulati», aggiunse il Maresciallo, calzandosi il berretto e andando via. Nicola rimase folgorato, incapace di fare o rispondere qualcosa, e se anche avesse voluto, per esempio, dirgli la verità – e cioè che quella richiesta di tabulati relativi a tutti i numeri telefonici che avrebbero agganciato la cella nelle ore a ridosso del furto perpetrato nella casa di Donna Concetta non poteva essere stata evasa, semplicemente perché in Procura, sulla scrivania del magistrato, non ci era mai arrivata – non ne avrebbe comunque avuto il tempo, perché il Maresciallo si era già dissolto. E con lui, la sua nuvola di profumo. Invece, dopo meno di un minuto lo vide rientrare, accompagnato da una coppia di mezza età, che lo avevano incontrato sulla porta proprio mentre entravano a presentare una denuncia relativa alle solite beghe di vita familiare. Nicola pensò che quello doveva essere il suo giorno fortunato, e corse a giocarsi tre numeri: 50 – 90 – 25. La bugia, la paura e la salvezza.

***

«Come sta la mia bambina?»

«Bene, anche se fa un po’ la picciosetta. Se le propongo di telefonarti, dice che è arrabbiata e che non vuole sentirti, ma oggi, ai figli dei vicini, che le hanno chiesto come mai tu non fossi ancora qui, ho sentito che rispondeva, con una punta di evidente orgoglio, che il suo papà fa il carabiniere e che sta svolgendo un’indagine importantissima. Mi ha fatto una tale tenerezza…»

«Mi manca infinitamente»

«Le manchi infinitamente anche tu, e lo sai… ma è chiaro che sta cercando di fartela pagare. Per lei, tu sei il suo eroe, ma si è sentita abbandonata per qualcosa che, presumibilmente, consideri più importante di lei»

«Non c’è nulla che io consideri più importante di lei! »

«Vieni a dirglielo, allora…»

La moglie di Mimmo Cusmai, Mariuccia, era una donna estremamente delicata, tanto nei tratti quanto nei modi. Lo fece accomodare nel soggiorno di una casa modesta ma accogliente, dove il marito se ne stava seduto su una sedia, con la gamba ingessata poggiata su uno sgabellino, a guardare la tivù. «Oh, Appuntà, che piacere! A cosa devo questa visita?» «Buongiorno, Mimmo, nulla di che, devo notificarti un atto del Tribunale», rispose Nicola, andandosi a sedere su una sedia lì vicino. «Beh – Mimmo rise – basta che non vogliono soldi, firmo tutto ciò che serve». Nicola si avvicinò alla tavola e cominciò a compilare la notifica in tre copie, subito raggiunto da Mariuccia, che portava un bel vassoio con tre tazzine colme di caffè e dei biscottini all’anice e semi di finocchio, che disse di aver fatto lei stessa con le sue mani, e che Nicola trovò deliziosissimi. Poi, l’Appuntato porse a Mimmo i fogli su cui doveva firmare, e mentre questi firmava, lui riprese tra le mani il piattino e la tazzina del suo caffè e come fece per sollevare quest’ultima per l’ultimo sorso, questo gli si strozzò in gola. Gli si strozzò in gola perché in un angolo, nascosta tra un mucchietto di giocattoli, scorse una scatola di latta. Rapidamente, si diede un colpetto sul petto e, mentre cercava di decidere quale fosse il modo migliore per indurre l’indiziato a confessare, si accorse di essere spiato da una capoccetta scura che, di tanto in tanto, faceva capolino tra la porta del soggiorno e il corridoio. «Avete sentito cos’è accaduto a Donna Concetta? Brutta storia…», e aveva iniziato a raccontare dello strano furto. « Strano – aveva detto Nicola – perché, al contrario di ciò che qualcuno deve aver creduto, Donna Concetta non disponeva di gioielli e ricchezze, ma solo di inutili oggettini, sostanzialmente ricordi, che solo per lei avevano un valore immenso». Tenendo d’occhio la capoccetta scura, che di tanto in tanto ancora faceva capolino e poi si ritraeva per la paura di esser vista, Nicola aveva raccontato delle lacrime di quella donna, a cui avevano portato via per sempre il ricordo dei figli, ma ancor di più quello della mamma, che lei non aveva mai conosciuto e di cui non aveva null’altro che un biglietto, che l’aveva accompagnata in tutti i momenti difficili della sua vita. In quella scatola di latta, per lei c’era tutto e solo quello che contava e di cui i criminali che l’avevano portata via certamente non avrebbero saputo che farne. Aggiunse, Nicola, che i carabinieri stavano lavorando duramente per cercare gli autori del furto, «…a cui certamente non verrà fatto nulla di male…», aggiunse aumentando il tono della voce, sotto gli sguardi meravigliati di Mariuccia e Mimmo, che non capivano come mai stesse dicendo certe cose e, soprattutto, perché le stesse dicendo in quel modo. «Ora devo proprio andare – disse alzandosi e sistemando la sedia su cui era stato seduto – ma se vi venisse in mente come aiutarmi a restituire il sorriso a quella brava donna, che nella vita ha solo fatto del bene e donato tanto amore, e che oggi è sola, sapete dove trovarmi».

«Sono stato io», sopraggiunse una timida voce di bimbo. «Volevo aiutare papà».

 
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Pubblicato da su 10 gennaio 2012 in Racconti

 

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LA SCATOLA DI LATTA (5° parte)

Il lattaio è Peppino, uomo serio e scrupoloso, sulla cinquantina, giunto in paese con sua moglie Iolanda, dopo che questa aveva ereditato alcune proprietà dalla sua defunta mamma. Entrambi, senza figli e ormai più che adulti, avevano deciso che la grande città non faceva più al caso loro, per cui avevano scelto di aprirsi una piccola latteria, che presto era diventata un punto di riferimento per l’intero paese. Non fosse atro perché facevano consegne a domicilio, anche se a Peppino, ormai, arrampicarsi su per le stradine di montagna incominciava a pesare. Allora, di tanto in tanto, le consegne le faceva fare a Carminuccio, un ragazzetto un po’ svampitello che, secondo alcuni, non era proprio un tipo raccomandabile. Nicola aveva saputo da un collega della Stazione confinante che il giovane andava spesso in una sala giochi di quel paese a sperperare i pochi guadagni con le macchinette, rimanendoci incollato anche fino a notte fonda. E, in effetti, proprio ora che l’Appuntato era al bar col Maresciallo, si ricordò di un’altra volta in cui era sempre lì in compagnia del suo Comandante e se l’erano ritrovato di fianco, e nel ricordarlo a Nicola venne un tuffo al cuore: e se fosse stato lui? Oddio, certo. Ma come aveva fatto a non pensarci prima? A Donna Concetta, Peppino faceva recapitare almeno una volta a settimana la spesa: farina, zucchero, cioccolato, latte, pasta. E quanto tempo sarebbe servito a Carminuccio per conquistare la sua fiducia e farsi invitare in casa, farsi offrire un caffè? Così l’avrebbe studiata palmo a palmo, per poi tornare a fare piazza pulita un giorno in cui la poveretta si fosse allontanata. Nulla di più facile. Quella volta, e Nicola se lo ricordava bene, Carminuccio aveva sfilato dalla tasca pochi spiccioli con cui aveva pagato la sua birra e se n’era andato via. Ecco, era tutto chiaro: non poteva che essere stato lui. Del resto, da uno che beve una birra alle 9 del mattino, cosa ci si può aspettare? Avrebbe cercato un modo per andargli a far visita; oppure, di scambiare due parole con Peppino. Interruppe i suoi pensieri la voce del Maresciallo: «Hai depositato quella richiesta di tabulati in Procura, vero?». L’ingresso del sindaco fu la sua salvezza; così, tra un saluto e una chiacchiera, non dovette rispondere né sì, né no.

***

«Donna Iolanda, che piacere sentirla! Sono l’Appuntato Fusco, come sta?»

«Ue, Appuntà. Stamattina non l’abbiamo vista passare. Che vi serve?»

«Eh, me lo dia lei un consiglio: devo preparare almeno un piatto di pasta a certi colleghi che passeranno per servizio da qui tra non molto. Può mandarmi qualcosa?»

«E certo, Appuntà! Ho del pesto fresco fresco. Le mando pure un po’ di ricotta: la salti in padella con una spruzzata di acqua della pasta, poi ci stemperi dentro il pesto e ci scoli le trofie. E vedrà che i colleghi se ne andranno più che contenti!»

«Sicuro che non è un problema farmele portare qui? E’ quasi ora di chiusura…»

«Tranquillo, inizi a metter su la pentola che tra poco avrà tutto ciò che le serve».

Così fu. Neanche cinque minuti, e Peppino suonò alla porta del retro della caserma, quella che dava direttamente in cucina.

***

«Don Peppino!» esclamò Nicola. «Ecco fatto, Appuntà. Tutto quello che le serve, più una bottiglia di latte e una di vino, offerte dalla casa». Nicola andò a prendere il suo portafogli dalla giacca della divisa, e intanto cercò le parole per attaccar bottone. «Non volevo si disturbasse lei personalmente, don Peppì. Credevo venisse quel ragazzo che vi aiuta, come si chiama? Carmine?» «Eh, Carmine ci ha lasciati». «Oddio, don Peppì, mi perdoni, non sapevo fosse morto». L’esplosione della risata lo fece trasalire. «Ma quale morto, Appuntà. Quello sta meglio di me e di voi messi assieme! Ci ha lasciati da una decina di giorni per raggiungere una ragazza del nord che aveva conosciuto sul computer. Magari è la volta buona che mette la testa a posto!» Se i tempi erano quelli, pensò Nicola tra sé e sé, non poteva essere stato lui. Ed ebbe la sensazione di sentirsi come un naufrago che, in procinto di toccare uno scoglio, ne era stato allontanato da una nuova onda. A quel punto, non gli rimase altro da fare, già che c’era, se non consolarsi cucinando per i fantomatici ospiti, facendo tesoro dei consigli di Donna Iolanda. A fine pranzo, si guardò compiaciuto la pancia piena, e rise pensando che, per un uomo, quel che contava davvero era possedere una bella tartaruga; il lato su cui questa fosse girata era solo un trascurabile dettaglio.

 
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Pubblicato da su 9 gennaio 2012 in Racconti

 

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LA SCATOLA DI LATTA (4° parte)

«Rom!». Nicola alzò lo sguardo dal verbale incompleto che aveva riletto già troppe volte, e chiese, perplesso «Dovrei rispondere qualcosa tipo …Milan?». «No – gli fece il Maresciallo, con un sospiro paziente – intendo dire che il furto a casa di Donna Concetta è sicuramente ad opera di rom. A proposito, hai messo tutto a verbale? Hai fatto un elenco preciso e dettagliato della refurtiva?». «Sì» si limitò a rispondere l’Appuntato, e tornò con gli occhi alla sua pagina quasi bianca. «Bene, allora butta giù due righe di informativa e chiediamo i tabulati che hanno agganciato la cella all’ora in cui, presumibilmente, si sarebbe verificato il furto». Non ottenne risposta, il che significava che Nicola era di ben altra idea, anche se non osava certamente contraddire un Superiore, che per anzianità ed esperienza era di molto avanti a lui. «Sentiamo! – gli interruppe i pensieri il Maresciallo – che idea ti saresti fatto?». «Non so, pensavo che gente che arriva da fuori normalmente punta a case in cui può recuperare un bottino decisamente più ingente di quello sottratto a quella poveretta. Del resto, a poche decine di metri da quella casa sgangherata c’è la villa dei Bonaventura, che anche nell’aspetto si presenta decisamente meglio e che, per giunta, è disabitata per tutto il giorno, dato che l’intera famiglia è fuori, chi per la scuola e chi per lavoro». «Chiedi il tabulato della cella – concluse deciso il Maresciallo – e intanto va’ in giro a sentire un po’ di chiacchiere».

Tabulato della cella; due righe di informativa. Ma quale magistrato avrebbe autorizzato un’indagine per il furto di una scatola di latta contenente un soldatino di piombo, un anello di piccioli di ciliegia, alcuni biglietti manoscritti, un rosario e dei dentini da latte? Né tanto meno poteva dirlo adesso al Maresciallo, dopo avergli risposto di aver redatto un analitico verbale, che invece c’era stato molto poco da trascrivere. Bel pasticcio. Che si aggiungeva al fatto che Francesca non voleva proprio parlargli al telefono, nonostante le insistenze della mamma, che ci riprovava ad ogni chiamata di Nicola e che ogni volta era costretta, a malincuore, a dirgli «Mi dispiace, amore, vedrai che le passerà». No, niente informativa, niente tabulati; almeno per ora. Sarebbe andato a scambiare qualche parola con la gente del vicinato: qualcosa gli diceva che quella sarebbe stata l’unica via da percorrere.

***

Tommaso era un pastore. Da quando era nato ad ora, che pareva gli mancasse un soffio per trapassare a miglior vita, non aveva mai fatto altro. Lui, con le pecore, ci parlava; e, stando a quella vena un po’ bislacca che lo rendeva unico, pare che queste gli rispondessero pure: nessun discorso impegnativo, per carità, ma quel tanto che gli facesse passare le interminabili stagioni trascorse di campo in campo. La sua casa era prospiciente quella di Donna Concetta, ma pare che tra i due non corresse molta simpatia da quando Belarda, la pecora preferita di Tommaso, aveva letteralmente distrutto parte del giovane vigneto della vicina. Lei, in quella occasione, aveva chiesto di porre rimedio al fattaccio solo con delle sentite scuse di Tommaso, ma quel testone orgoglioso le aveva risposto che Belarda avrebbe fatto bene a mangiarselo tutto quell’inutile vigneto, che tanto un discreto vinello non le sarebbe riuscito né mo, né mai. Da allora era stata guerra fredda, stemperatasi un po’ con il passare del tempo, ma non al punto tale da far sì che si scambiassero più di un buongiorno e una buonasera. Nicola lo raggiunse. Tommaso lo guardò e gli fece un cenno col capo, che doveva significare “Buongiorno, Appuntà!”. Il militare si mise a sedere su un masso non molto distante da quello su cui se ne stava seduto Tommaso e, dopo essersi armato di pazienza, gli chiese se avesse saputo del furto avvenuto in casa di Donna Concetta. Un altro cenno del capo di Tommaso gli rispose che no, lui non sapeva e non voleva saperne nulla. «Ma tu – riprese Nicola – da questa collina potresti aver visto chi si è introdotto in casa. Su, Tommaso, è una donna sola, le hanno portato via tutto quel po’ che aveva». Calò il silenzio, rotto da poche parole secche: «Solo il lattaio vidi, ma non quel giorno». Nicola temporeggiò ancora qualche secondo, poi si avviò verso il recinto, salutando Tommaso con il cenno di testa che bene aveva imparato.

 
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Pubblicato da su 9 gennaio 2012 in Racconti

 

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LA SCATOLA DI LATTA (3° parte)

«Papà! Ciao! Lo sai che mi sto allenando?»

«Ah, sì?! E a fare cosa?»

«I castelli di sabbia! Oggi ne ho fatto uno grande grande con mamma, ma lei non è molto brava: li fa tutti storti e barcollanti. Allora domani aspetto che arrivi tu e ne facciamo uno immenso, dove vive un Principe ricchissimo che dentro il giardino ci tiene tutti gli animali del mondo»

«Allora é meglio un’arca, come quella di Noè: lì gli animali ci sono tutti ed è più facile da costruire»

«Noooo, papà, non scherzare! Io e te dobbiamo fare un castello bellissimo, così lo insegniamo anche a mamma come si fa!»

«Va bene, faremo un castello, ma temo che domani non sarà possibile: papà deve lavorare ancora per qualche giorno e appena potrà correrà dalla sua bambina…»

«No, papà, dai… dimmi che non è vero. Io qui, senza di te, mi annoio! E poi è sempre così: ogni volta che dobbiamo fare una cosa bella, io e te, poi succede che devi lavorare… Sei proprio cattivo!»

«Ti prometto che troverò un modo per farmi perdonare…» ma non finì neppure la frase che si accorse che dall’altra parte del ricevitore la sua bambina non c’era più.

***

Era pomeriggio inoltrato, quando decise di tornare a far visita a Donna Concetta, portando con sé un computer portatile e tutto il desiderio di restituire a quella povera anziana ciò che qualche farabutto le aveva portato via. Si mise seduto, con Donna Concetta accanto, che guardava con malcelato stupore quell’arnese luminoso. «Allora, Donna Concè… mi dica esattamente cosa le hanno portato via» le disse piano ma con convinzione. L’anziana donna prese a spiegare che dietro il blocchetto di tufo, in quel pertugio nel muro, lei aveva nascosta da anni una scatola di latta. Sì, una scatola di latta, di quelle colorate di una volta, in cui solitamente ci mettevano i biscotti. Dentro la sua c’erano un po’ di cose, tutte di valore. Nicola proseguì col suo verbale e finalmente si accinse a redigere un elenco. «Un soldatino di piombo» scandì bene Concetta; Nicola la guardò incerto: forse non aveva capito bene. «Sì, uno di quelli piccolini, ma tutto bello preciso preciso. Era un carabiniere, come voi», disse con un pacato sorriso. «Lo so, può sembrare una sciocchezza, ma per me quel soldatino valeva un tesoro: era stato il primo giocattolino di mio figlio. Glielo aveva regalato un compare, e lui guai a chi glielo toccava! Poi, invece, un giorno mi accorsi che lo aveva lasciato con tutti gli altri giocattoli, e allora capii che una fase della sua vita era finita, se n’era andata, come una stagione che non si ripeterà. Quel soldatino, per me, era la presa di coscienza del fatto che per i figli scorre un tempo su cui un genitore non ha alcun potere» disse con voce asciutta. «Il secondo oggetto, era un anello». Nicola pensò, finalmente, fosse giunto il momento di elencare qualche gioiello e riprese a scrivere, ma dovette interrompersi subito. «…un anellino ottenuto intrecciando i piccioli delle ciliege. Albinuccio mio quel giorno mi aveva chiesto se volevo sposarlo e io gli avevo detto sì, ma che sarebbe rimasto un segreto tra noi due, almeno finché non fossimo diventati grandi: avevamo solo nove anni, allora, e io non ho mai amato nessuno oltre a lui. Per la gioia di quella mia risposta, colse delle ciliege e realizzò il mio gioiello più prezioso. Avverto ancora il profumo di quell’estate lontana». A quel punto, Nicola aveva rinunciato a scrivere, tant’è che aveva chiuso il suo portatile e si era messo comodo ad ascoltare quella donna dolce e gentile scavare nei suoi ricordi, tornare bambina, madre, sposa. «C’era una lettera. No, un biglietto, poche frasi. Me le aveva scritte mia madre, prima di morire: avevo pochi mesi quando scoprì di avere un brutto male, e allora pensò di salutarmi così …vorrei dirti molte cose, ma non basterebbe un libro intero, allora ti dirò solo la più importante: nella mia vita, seppur breve, ho avuto il dono di una gioia immensa, e questa gioia sei proprio tu». L’espressione si fece umida, come se, ripensando a quelle parole di quasi un secolo prima, Donna Concetta avvertisse ancora forte nel cuore l’emozione. «Sa’, Appuntato, nella vita capita di avere dei momenti in cui ci si sente una nullità; in quei momenti, a me bastava rileggere quelle parole per ricordare di essere stata la gioia di qualcuno e scacciare via la tristezza. Mia madre – disse guardandolo negli occhi – è riuscita, con quelle poche parole, a rimanermi accanto per una vita intera». La mano incerta raggiunse una ciocca di capelli e fece come per scostarla, quasi per distrarsi da quel ricordo, prima di strofinarsi la fronte rugosa e tornare ad elencare: «Nella scatola c’era un rosario. Io non ero credente; mi ci ha fatta diventare la Madonna quella volta che caddi nel pozzo. Quando mi tirarono su, c’era tanta gente e io mi sentivo confusa, infreddolita e stanca. Ma c’è una cosa che non potrò mai dimenticare: una donna bellissima, che mi posò quei grani di vetro tra le mani e scomparve per sempre. Non la vidi mai più, eppure quel volto me lo ricordo bene». Ancora, nella scatola vi erano dei biglietti, tutti legati con un nastro per capelli colorato di quando era poco più che una ragazza: erano i biglietti che i suoi alunni le avevano scritto nel corso degli anni dell’insegnamento. Donna Concetta, infatti, era stata una delle prime maestre lì in paese; severa, sì, ma anche rassicurante ed affabile, era stata certamente la più stimata ed apprezzata. C’era un barattolino di vetro, nella scatola. Un piccolo barattolo con dei dentini da latte: ogni volta che i suoi bambini ne perdevano uno, lei li esortava a riporli sotto il cuscino, perché sarebbe passato il topolino a prenderseli, in cambio di una moneta. E negli anni, quel topolino pieno d’amore aveva provveduto, con inappuntabile costanza, a prelevare ogni dentino dei suoi quattro bambini e a riporlo nel barattolino, lasciando loro una moneta e qualche biscotto. C’era il tempo, in quella scatola; c’era il passato, c’era l’odore di momenti lontani, di emozioni vissute. Cosa ne poteva capire, di tutto questo, chi se l’era portata via?

 
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Pubblicato da su 19 dicembre 2011 in Racconti

 

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LA SCATOLA DI LATTA (2° parte)

Degli abitanti della propria giurisdizione, il Maresciallo Cappone e l’Appuntato Fusco conoscevano vita, morte e miracoli. E Donna Concetta rientrava nella categoria dei “miracoli”, dal momento che era stata tirata fuori da un pozzo quando ancora non era nell’età della ragione; aveva superato ogni sorta di epidemia che era passata per quelle terre durante gli anni della sua esistenza; era sopravvissuta a pesanti bombardamenti sotto cui persone a lei care avevano, invece, perso la vita. Ora se ne stava, ciondolante, in un precario equilibrio su un lembo di sedia, con le mani giunte tra le ginocchia, a fissarsi le punte dei piedi, dopo aver riempito due piccoli bicchieri del vino rigorosamente di sua produzione ai gentili ospiti. Il viso incartapecorito e gli occhi liquidi erano incorniciati da un fazzoletto scuro che, in inverno o in estate, era sempre lì, come i vestiti di lana che aveva indosso, nonostante il caldo torrido di quella domenica mattina. La casa, quattro mura che si tenevano in piedi più per scommessa che per impegno, era umile ma ordinata, bagnata da una sola ondata di sole che irrompeva dalla porta scorticata, e unta dell’odore del tempo e del grano, della pietra e del legno, delle foto sbiadite sul comò vicino all’unico lettuccio, del ricordo delle voci dei bambini che si rincorrevano giocando e dell’odore del ragù della domenica. Ma lì lei era rimasta sola, dopo che il povero Albinuccio suo era volato in cielo molti anni prima e i figli, quattro viventi, erano migrati altrove, in Terre a lei sconosciute, perché dall’orizzonte dei suoi campi non le poteva vedere; però, le poteva carezzare sulla carta delle lettere che la postina, di tanto in tanto, le portava, e ogni volta scoprire le foto di nipoti e pronipotini le procurava una gioia immensa e molti inconsolabili pianti. Il Maresciallo aveva ripreso la stessa posizione che aveva dietro la scrivania, come se lì ci fosse arrivato più con una sorta di teletrasporto che con l’automobile di servizio, e di tanto in tanto sorseggiava quel vinello fruttato, ma non osava intingerci il taralluccio, perché la moglie lo aveva messo rigorosamente a dieta e lei era l’unica a cui lui non si azzardava a disobbedire. Nicola, intanto, gironzolava per la stanza con la sua solita discreta curiosità. Donna Concetta prese a raccontare che quella mattina, come sempre, si era alzata di buon’ora, al cantare del gallo che, siccome si era fatto vecchio, ormai non cantava mai prima delle sette. Si era preparata il caffè, si era messa addosso i panni della campagna e si era avviata verso il campo, lasciando aperta la porta che affacciava su questo. Infatti, la casa era composta da un’unica grande camera, in cui c’erano il letto, il comò, una vecchia macchina a gas e un bagnetto minuscolo, e mentre sui lati lunghi di questo ambiente unico si aprivano due grandi porte, di cui una prospiciente la strada e l’altra la campagna, sul lato corto vi era una porticina che portava nella stalla e nella cantina. Quindi, Donna Concetta, uscendo, aveva lasciato, come sempre, aperta la porta che dava sui campi, dall’esterno era andata nella stalla, aveva svolto le solite incombenze mattutine con quelle poche e storpie bestie che le rimanevano, poi si era diretta nel capanno a prendere qualche arnese che le serviva per ripulire certa parte dalle sterpaglie e si era messa a lavorare. Verso le dieci, colta da un morso di fame e da un bisognino fisiologico, che comunque per pudore omise di riferire al Maresciallo, aveva fatto ritorno in casa. Mentre prendeva dallo stipetto il sacco di tela grezza in cui conservava i biscotti, che lei stessa aveva preparato qualche giorno prima in occasione della festa del borgo, qualcuno aveva bussato alla porta, quella che dava sulla strada, e lei era andata ad aprire. A bussare era stata una sua lontana cugina, che abitava in paese ma che ogni mattina faceva lunghe passeggiate a piedi, in occasione delle quali ne approfittava per scambiare un saluto; quella mattina, le aveva lasciato delle verdurine di misticanza fresche fresche, appena raccolte, ed era andata via. Ma Donna Concetta, prima di tornare nel campo, così come faceva sempre, aveva lasciata aperta anche l’altra porta, quella che dava sulla strada, da dove era più probabile che il ladro fosse entrato. Solo un’oretta dopo, nel fare ritorno in casa, si era accorta che il comò era stato spostato, che il blocchetto di tufo che chiudeva il pertugio era stato lasciato per terra e che il suo tesoro non c’era più. E ora si sentiva così stupida… così vulnerabile. Proprio lei, che in tempi difficili di fame e povertà, aveva difeso polli e dispensa da insolenti predatori, puntando l’occhio ben fermo nel mirino del fucile, promettendo che lo avrebbe fatto fischiare se non l’avessero lasciata in pace. Lei, che quella casa l’aveva protetta addirittura dai fantasmi, che le erano andati in sogno di notte e che aveva creduto di vedere e di sentire anche di giorno, scacciati via grazie all’intercessione di una lontana parente fattucchiera e all’acqua benedetta dal prete, per non avere dubbi su un risultato certo. Com’era possibile che non era stata in grado di proteggere proprio il bene suo più prezioso? Questo pensiero la tormentava, mentre continuava incessantemente a dondolarsi sul bordo della sedia. Nicola, ascoltando il suo racconto, aveva raggiunto il piccolo comò vicino al letto di Donna Concetta, rimasto così come lei lo aveva lasciato, ancora scostato dal muro, e si era chinato per cercare una qualche traccia utile, qualche impronta rilevabile, ma non ne trovò. Vi era solo uno straccetto caduto sul pavimento. Ma proprio in quel frangente gli capitò, casualmente, di lanciare un’occhiata fugace al Maresciallo, guarda caso proprio nell’attimo in cui quello, quasi con fare furtivo, anzi … decisamente con fare furtivo, aveva afferrato un tarallo e lo aveva intinto nel vinello: dal bicchiere alla bocca, era stato un attimo. Nicola sorrise e scosse il capo, già sapendo che poi i sensi di colpa quel tarallo glielo avrebbero reso indigesto; perché se poco poco la moglie lo avesse saputo, il suo caro Comandante avrebbe seriamente rischiato terribili torture per riparare ai suoi peccati di gola. «Donna Concetta, adesso si tranquillizzi: non poteva capitare in mani migliori. Vedrà che entro qualche ora, o qualche giorno al massimo, le riporteremo il bottino», esordì imperioso il Maresciallo, alzandosi dalla sedia. Nicola si chiese, in quel momento, da quale film avesse tirato fuori quella frase. Nello stesso momento, invece, Donna Concetta si chiese di quale bottino stesse parlando. Ma, evidentemente, non ebbe neanche il tempo di chiarire l’equivoco, che già il militare aveva afferrato il berretto e la sua opulenza, e aveva richiamato all’ordine l’Appuntato: «Forza, Nicola, qui non c’è tempo da perdere! Andiamo!» e se n’era uscito, dirigendosi a grandi falcate verso la macchina. Da lì, aveva tirato fuori la testa dal finestrino e, rivolto a quella povera donna ancora stupita, l’aveva esortata «Passi dalla caserma appena può, per la denuncia». «Lasci perdere – si era affrettato ad intervenire l’Appuntato – passerò io qui da lei nel pomeriggio» e di corsa si era messo alla guida ed era ripartito a tutto gas. «Maresciallo – aveva osato appena erano rimasti soli – ma perché tanta fretta? Dove stiamo andando?». «Ah, dove stai andando tu non lo so, ma io sono sicuramente diretto a casa, dove mi aspetta un bel piatto di maccheroni col ragù! »

 
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Pubblicato da su 16 dicembre 2011 in Racconti

 

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LA SCATOLA DI LATTA (1° parte)

Quando il Maresciallo parlava, l’Appuntato Scelto Nicola Fusco lo ascoltava sempre in religioso silenzio. Quel giorno, poi, era più taciturno del solito, perché contava le ore che lo separavano dal caldo abbraccio della sua bambina: le avrebbe raggiunte al mare, lei e sua madre, in una casetta che prendevano in affitto ogni anno e in cui erano accatastati tanti bellissimi ricordi di loro tre insieme. «…Hai capito, Nicò? Voleva fregarmi! A me!!! Lui ancora doveva nascere quando già io avevo arrestato il nonno, e pensava di fregarmi…»: la voce del Maresciallo Aiutante sostituto Ufficiale di Pubblica Sicurezza Salvo Cappone era ancora appesa nell’aria, quando il telefono dell’ufficio squillò. «Carabinieri», rispose Nicola. Dall’altra parte del ricevitore, avvertì un respiro, e nient’altro. «Pronto», insisté, e solo allora gli giunse un filo sottile, quasi un soffio: «Appuntà, mi hanno portato via tutto. Tutto». Nicola richiuse la pratica su cui stava lavorando e si mise seduto con cautela, quasi per paura che quella conversazione potesse spezzarsi e della voce della donna anziana dall’altro capo del telefono perdersi ogni traccia. Riuscì, invece, a farle pronunciare ancora qualche parola, tanto sarebbe bastato per intuire chi fosse e, intanto, tranquillizzarla del fatto che sarebbero arrivati presto da lei. Messa giù la cornetta, si accorse che il Maresciallo ancora stava bofonchiando, parlando di chissà che, di chissà chi, dei suoi meriti, del suo acume investigativo, del “menomale che c’ero io altrimenti quella volta lì col cavolo che l’autore di quel crimine avrebbe avuto un nome“, e che si interruppe solo quando si accorse che Nicola si era precipitato verso l’attaccapanni e si stava calzando il berretto. «Dove pensi di andare!» sussultò autoritario, mentre l’altro gli stava andando incontro, porgendogli il suo berretto. «Dobbiamo andare, Maresciallo. Il suo racconto è davvero interessante, ma c’è qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto» e si mise lì ad aspettare che si svolgesse il repertorio che conosceva a memoria: primo sospiro come a dire “…ahi, che pazienza!”, rotazione a sinistra sulla sedia per portare la sua opulenza fuori dalla scrivania, svogliata apertura del cassetto per prendere le chiavi, secondo sospiro come a dire “Se non esistessi, il mondo si troverebbe seriamente in difficoltà“, strattonamento del suo berretto dalle mani di Nicola, sistemazione del suo berretto sulla sua testa, stiratura dei lembi posteriori della giacca afferrandoli con le sue mani grassocce e, infine, con un consueto gesto di invito a dirigersi verso la porta, il solito «Dai, forza, andiamo…». Nicola dovette trattenere il sorriso, come tutte le volte; non con insolenza, né per irriverenza, ma perché aveva sempre pensato che il suo Comandante aveva ragione quando diceva di se stesso che uno come lui, se non fosse esistito, avrebbero dovuto inventarlo.

 
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Pubblicato da su 14 dicembre 2011 in Racconti

 

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