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LA SCATOLA DI LATTA (6° parte)

10 Gen

«C’è da fare una notifica a Cusmai». Il Maresciallo irruppe nell’ufficio, rincorso dalla solita nuvola di dopobarba del primo mattino e con un’aria che a guardarlo pareva dovesse mettere a ferro e fuoco il mondo. Cusmai era un carpentiere, un brav’uomo, che qualche tempo prima aveva avuto la sventura di cadere da un albero da frutta e rompersi una gamba. Su quell’albero ci era salito perché, dopo il lavoro, andava ad arrotondare un po’, dando una mano nei campi a chi gliela chiedeva, così da riuscire a far fronte alle spese di una figlia alle scuole alte, di un’altra al liceo e del piccolino, giunto a sorpresa dopo alcuni anni dalle prime due. Da quando gli era capitato quel triste incidente, però, Mimmo Cusmai non faceva altro che disperarsi perché, ormai, in casa il soldo scarseggiava e proprio non sapeva più come fare. E non perdeva mai occasione di parlarne con chiunque. Nicola era abbastanza certo della onestà di Mimmo, ma la mano sul fuoco aveva imparato a non metterla più per nessuno, soprattutto da quando l’esperienza gli aveva insegnato che la disperazione è il motore che può facilmente trasformare un brav’uomo in un criminale. Per questo, la notifica di un atto, da fare direttamente in casa sua, cascava decisamente a fagiolo, così gli avrebbe consentito di scambiare chiacchiere e pareri, oltre che guardarsi attorno, come del resto sempre faceva. «Tu vai da lui, mentre io vado a depositare i corpi di reato in Tribunale, così chiedo se è stato firmato il decreto per quei tabulati», aggiunse il Maresciallo, calzandosi il berretto e andando via. Nicola rimase folgorato, incapace di fare o rispondere qualcosa, e se anche avesse voluto, per esempio, dirgli la verità – e cioè che quella richiesta di tabulati relativi a tutti i numeri telefonici che avrebbero agganciato la cella nelle ore a ridosso del furto perpetrato nella casa di Donna Concetta non poteva essere stata evasa, semplicemente perché in Procura, sulla scrivania del magistrato, non ci era mai arrivata – non ne avrebbe comunque avuto il tempo, perché il Maresciallo si era già dissolto. E con lui, la sua nuvola di profumo. Invece, dopo meno di un minuto lo vide rientrare, accompagnato da una coppia di mezza età, che lo avevano incontrato sulla porta proprio mentre entravano a presentare una denuncia relativa alle solite beghe di vita familiare. Nicola pensò che quello doveva essere il suo giorno fortunato, e corse a giocarsi tre numeri: 50 – 90 – 25. La bugia, la paura e la salvezza.

***

«Come sta la mia bambina?»

«Bene, anche se fa un po’ la picciosetta. Se le propongo di telefonarti, dice che è arrabbiata e che non vuole sentirti, ma oggi, ai figli dei vicini, che le hanno chiesto come mai tu non fossi ancora qui, ho sentito che rispondeva, con una punta di evidente orgoglio, che il suo papà fa il carabiniere e che sta svolgendo un’indagine importantissima. Mi ha fatto una tale tenerezza…»

«Mi manca infinitamente»

«Le manchi infinitamente anche tu, e lo sai… ma è chiaro che sta cercando di fartela pagare. Per lei, tu sei il suo eroe, ma si è sentita abbandonata per qualcosa che, presumibilmente, consideri più importante di lei»

«Non c’è nulla che io consideri più importante di lei! »

«Vieni a dirglielo, allora…»

La moglie di Mimmo Cusmai, Mariuccia, era una donna estremamente delicata, tanto nei tratti quanto nei modi. Lo fece accomodare nel soggiorno di una casa modesta ma accogliente, dove il marito se ne stava seduto su una sedia, con la gamba ingessata poggiata su uno sgabellino, a guardare la tivù. «Oh, Appuntà, che piacere! A cosa devo questa visita?» «Buongiorno, Mimmo, nulla di che, devo notificarti un atto del Tribunale», rispose Nicola, andandosi a sedere su una sedia lì vicino. «Beh – Mimmo rise – basta che non vogliono soldi, firmo tutto ciò che serve». Nicola si avvicinò alla tavola e cominciò a compilare la notifica in tre copie, subito raggiunto da Mariuccia, che portava un bel vassoio con tre tazzine colme di caffè e dei biscottini all’anice e semi di finocchio, che disse di aver fatto lei stessa con le sue mani, e che Nicola trovò deliziosissimi. Poi, l’Appuntato porse a Mimmo i fogli su cui doveva firmare, e mentre questi firmava, lui riprese tra le mani il piattino e la tazzina del suo caffè e come fece per sollevare quest’ultima per l’ultimo sorso, questo gli si strozzò in gola. Gli si strozzò in gola perché in un angolo, nascosta tra un mucchietto di giocattoli, scorse una scatola di latta. Rapidamente, si diede un colpetto sul petto e, mentre cercava di decidere quale fosse il modo migliore per indurre l’indiziato a confessare, si accorse di essere spiato da una capoccetta scura che, di tanto in tanto, faceva capolino tra la porta del soggiorno e il corridoio. «Avete sentito cos’è accaduto a Donna Concetta? Brutta storia…», e aveva iniziato a raccontare dello strano furto. « Strano – aveva detto Nicola – perché, al contrario di ciò che qualcuno deve aver creduto, Donna Concetta non disponeva di gioielli e ricchezze, ma solo di inutili oggettini, sostanzialmente ricordi, che solo per lei avevano un valore immenso». Tenendo d’occhio la capoccetta scura, che di tanto in tanto ancora faceva capolino e poi si ritraeva per la paura di esser vista, Nicola aveva raccontato delle lacrime di quella donna, a cui avevano portato via per sempre il ricordo dei figli, ma ancor di più quello della mamma, che lei non aveva mai conosciuto e di cui non aveva null’altro che un biglietto, che l’aveva accompagnata in tutti i momenti difficili della sua vita. In quella scatola di latta, per lei c’era tutto e solo quello che contava e di cui i criminali che l’avevano portata via certamente non avrebbero saputo che farne. Aggiunse, Nicola, che i carabinieri stavano lavorando duramente per cercare gli autori del furto, «…a cui certamente non verrà fatto nulla di male…», aggiunse aumentando il tono della voce, sotto gli sguardi meravigliati di Mariuccia e Mimmo, che non capivano come mai stesse dicendo certe cose e, soprattutto, perché le stesse dicendo in quel modo. «Ora devo proprio andare – disse alzandosi e sistemando la sedia su cui era stato seduto – ma se vi venisse in mente come aiutarmi a restituire il sorriso a quella brava donna, che nella vita ha solo fatto del bene e donato tanto amore, e che oggi è sola, sapete dove trovarmi».

«Sono stato io», sopraggiunse una timida voce di bimbo. «Volevo aiutare papà».

 
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Pubblicato da su 10 gennaio 2012 in Racconti

 

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