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LA SCATOLA DI LATTA (4° parte)

09 Gen

«Rom!». Nicola alzò lo sguardo dal verbale incompleto che aveva riletto già troppe volte, e chiese, perplesso «Dovrei rispondere qualcosa tipo …Milan?». «No – gli fece il Maresciallo, con un sospiro paziente – intendo dire che il furto a casa di Donna Concetta è sicuramente ad opera di rom. A proposito, hai messo tutto a verbale? Hai fatto un elenco preciso e dettagliato della refurtiva?». «Sì» si limitò a rispondere l’Appuntato, e tornò con gli occhi alla sua pagina quasi bianca. «Bene, allora butta giù due righe di informativa e chiediamo i tabulati che hanno agganciato la cella all’ora in cui, presumibilmente, si sarebbe verificato il furto». Non ottenne risposta, il che significava che Nicola era di ben altra idea, anche se non osava certamente contraddire un Superiore, che per anzianità ed esperienza era di molto avanti a lui. «Sentiamo! – gli interruppe i pensieri il Maresciallo – che idea ti saresti fatto?». «Non so, pensavo che gente che arriva da fuori normalmente punta a case in cui può recuperare un bottino decisamente più ingente di quello sottratto a quella poveretta. Del resto, a poche decine di metri da quella casa sgangherata c’è la villa dei Bonaventura, che anche nell’aspetto si presenta decisamente meglio e che, per giunta, è disabitata per tutto il giorno, dato che l’intera famiglia è fuori, chi per la scuola e chi per lavoro». «Chiedi il tabulato della cella – concluse deciso il Maresciallo – e intanto va’ in giro a sentire un po’ di chiacchiere».

Tabulato della cella; due righe di informativa. Ma quale magistrato avrebbe autorizzato un’indagine per il furto di una scatola di latta contenente un soldatino di piombo, un anello di piccioli di ciliegia, alcuni biglietti manoscritti, un rosario e dei dentini da latte? Né tanto meno poteva dirlo adesso al Maresciallo, dopo avergli risposto di aver redatto un analitico verbale, che invece c’era stato molto poco da trascrivere. Bel pasticcio. Che si aggiungeva al fatto che Francesca non voleva proprio parlargli al telefono, nonostante le insistenze della mamma, che ci riprovava ad ogni chiamata di Nicola e che ogni volta era costretta, a malincuore, a dirgli «Mi dispiace, amore, vedrai che le passerà». No, niente informativa, niente tabulati; almeno per ora. Sarebbe andato a scambiare qualche parola con la gente del vicinato: qualcosa gli diceva che quella sarebbe stata l’unica via da percorrere.

***

Tommaso era un pastore. Da quando era nato ad ora, che pareva gli mancasse un soffio per trapassare a miglior vita, non aveva mai fatto altro. Lui, con le pecore, ci parlava; e, stando a quella vena un po’ bislacca che lo rendeva unico, pare che queste gli rispondessero pure: nessun discorso impegnativo, per carità, ma quel tanto che gli facesse passare le interminabili stagioni trascorse di campo in campo. La sua casa era prospiciente quella di Donna Concetta, ma pare che tra i due non corresse molta simpatia da quando Belarda, la pecora preferita di Tommaso, aveva letteralmente distrutto parte del giovane vigneto della vicina. Lei, in quella occasione, aveva chiesto di porre rimedio al fattaccio solo con delle sentite scuse di Tommaso, ma quel testone orgoglioso le aveva risposto che Belarda avrebbe fatto bene a mangiarselo tutto quell’inutile vigneto, che tanto un discreto vinello non le sarebbe riuscito né mo, né mai. Da allora era stata guerra fredda, stemperatasi un po’ con il passare del tempo, ma non al punto tale da far sì che si scambiassero più di un buongiorno e una buonasera. Nicola lo raggiunse. Tommaso lo guardò e gli fece un cenno col capo, che doveva significare “Buongiorno, Appuntà!”. Il militare si mise a sedere su un masso non molto distante da quello su cui se ne stava seduto Tommaso e, dopo essersi armato di pazienza, gli chiese se avesse saputo del furto avvenuto in casa di Donna Concetta. Un altro cenno del capo di Tommaso gli rispose che no, lui non sapeva e non voleva saperne nulla. «Ma tu – riprese Nicola – da questa collina potresti aver visto chi si è introdotto in casa. Su, Tommaso, è una donna sola, le hanno portato via tutto quel po’ che aveva». Calò il silenzio, rotto da poche parole secche: «Solo il lattaio vidi, ma non quel giorno». Nicola temporeggiò ancora qualche secondo, poi si avviò verso il recinto, salutando Tommaso con il cenno di testa che bene aveva imparato.

 
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Pubblicato da su 9 gennaio 2012 in Racconti

 

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