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LA SCATOLA DI LATTA (2° parte)

16 Dic

Degli abitanti della propria giurisdizione, il Maresciallo Cappone e l’Appuntato Fusco conoscevano vita, morte e miracoli. E Donna Concetta rientrava nella categoria dei “miracoli”, dal momento che era stata tirata fuori da un pozzo quando ancora non era nell’età della ragione; aveva superato ogni sorta di epidemia che era passata per quelle terre durante gli anni della sua esistenza; era sopravvissuta a pesanti bombardamenti sotto cui persone a lei care avevano, invece, perso la vita. Ora se ne stava, ciondolante, in un precario equilibrio su un lembo di sedia, con le mani giunte tra le ginocchia, a fissarsi le punte dei piedi, dopo aver riempito due piccoli bicchieri del vino rigorosamente di sua produzione ai gentili ospiti. Il viso incartapecorito e gli occhi liquidi erano incorniciati da un fazzoletto scuro che, in inverno o in estate, era sempre lì, come i vestiti di lana che aveva indosso, nonostante il caldo torrido di quella domenica mattina. La casa, quattro mura che si tenevano in piedi più per scommessa che per impegno, era umile ma ordinata, bagnata da una sola ondata di sole che irrompeva dalla porta scorticata, e unta dell’odore del tempo e del grano, della pietra e del legno, delle foto sbiadite sul comò vicino all’unico lettuccio, del ricordo delle voci dei bambini che si rincorrevano giocando e dell’odore del ragù della domenica. Ma lì lei era rimasta sola, dopo che il povero Albinuccio suo era volato in cielo molti anni prima e i figli, quattro viventi, erano migrati altrove, in Terre a lei sconosciute, perché dall’orizzonte dei suoi campi non le poteva vedere; però, le poteva carezzare sulla carta delle lettere che la postina, di tanto in tanto, le portava, e ogni volta scoprire le foto di nipoti e pronipotini le procurava una gioia immensa e molti inconsolabili pianti. Il Maresciallo aveva ripreso la stessa posizione che aveva dietro la scrivania, come se lì ci fosse arrivato più con una sorta di teletrasporto che con l’automobile di servizio, e di tanto in tanto sorseggiava quel vinello fruttato, ma non osava intingerci il taralluccio, perché la moglie lo aveva messo rigorosamente a dieta e lei era l’unica a cui lui non si azzardava a disobbedire. Nicola, intanto, gironzolava per la stanza con la sua solita discreta curiosità. Donna Concetta prese a raccontare che quella mattina, come sempre, si era alzata di buon’ora, al cantare del gallo che, siccome si era fatto vecchio, ormai non cantava mai prima delle sette. Si era preparata il caffè, si era messa addosso i panni della campagna e si era avviata verso il campo, lasciando aperta la porta che affacciava su questo. Infatti, la casa era composta da un’unica grande camera, in cui c’erano il letto, il comò, una vecchia macchina a gas e un bagnetto minuscolo, e mentre sui lati lunghi di questo ambiente unico si aprivano due grandi porte, di cui una prospiciente la strada e l’altra la campagna, sul lato corto vi era una porticina che portava nella stalla e nella cantina. Quindi, Donna Concetta, uscendo, aveva lasciato, come sempre, aperta la porta che dava sui campi, dall’esterno era andata nella stalla, aveva svolto le solite incombenze mattutine con quelle poche e storpie bestie che le rimanevano, poi si era diretta nel capanno a prendere qualche arnese che le serviva per ripulire certa parte dalle sterpaglie e si era messa a lavorare. Verso le dieci, colta da un morso di fame e da un bisognino fisiologico, che comunque per pudore omise di riferire al Maresciallo, aveva fatto ritorno in casa. Mentre prendeva dallo stipetto il sacco di tela grezza in cui conservava i biscotti, che lei stessa aveva preparato qualche giorno prima in occasione della festa del borgo, qualcuno aveva bussato alla porta, quella che dava sulla strada, e lei era andata ad aprire. A bussare era stata una sua lontana cugina, che abitava in paese ma che ogni mattina faceva lunghe passeggiate a piedi, in occasione delle quali ne approfittava per scambiare un saluto; quella mattina, le aveva lasciato delle verdurine di misticanza fresche fresche, appena raccolte, ed era andata via. Ma Donna Concetta, prima di tornare nel campo, così come faceva sempre, aveva lasciata aperta anche l’altra porta, quella che dava sulla strada, da dove era più probabile che il ladro fosse entrato. Solo un’oretta dopo, nel fare ritorno in casa, si era accorta che il comò era stato spostato, che il blocchetto di tufo che chiudeva il pertugio era stato lasciato per terra e che il suo tesoro non c’era più. E ora si sentiva così stupida… così vulnerabile. Proprio lei, che in tempi difficili di fame e povertà, aveva difeso polli e dispensa da insolenti predatori, puntando l’occhio ben fermo nel mirino del fucile, promettendo che lo avrebbe fatto fischiare se non l’avessero lasciata in pace. Lei, che quella casa l’aveva protetta addirittura dai fantasmi, che le erano andati in sogno di notte e che aveva creduto di vedere e di sentire anche di giorno, scacciati via grazie all’intercessione di una lontana parente fattucchiera e all’acqua benedetta dal prete, per non avere dubbi su un risultato certo. Com’era possibile che non era stata in grado di proteggere proprio il bene suo più prezioso? Questo pensiero la tormentava, mentre continuava incessantemente a dondolarsi sul bordo della sedia. Nicola, ascoltando il suo racconto, aveva raggiunto il piccolo comò vicino al letto di Donna Concetta, rimasto così come lei lo aveva lasciato, ancora scostato dal muro, e si era chinato per cercare una qualche traccia utile, qualche impronta rilevabile, ma non ne trovò. Vi era solo uno straccetto caduto sul pavimento. Ma proprio in quel frangente gli capitò, casualmente, di lanciare un’occhiata fugace al Maresciallo, guarda caso proprio nell’attimo in cui quello, quasi con fare furtivo, anzi … decisamente con fare furtivo, aveva afferrato un tarallo e lo aveva intinto nel vinello: dal bicchiere alla bocca, era stato un attimo. Nicola sorrise e scosse il capo, già sapendo che poi i sensi di colpa quel tarallo glielo avrebbero reso indigesto; perché se poco poco la moglie lo avesse saputo, il suo caro Comandante avrebbe seriamente rischiato terribili torture per riparare ai suoi peccati di gola. «Donna Concetta, adesso si tranquillizzi: non poteva capitare in mani migliori. Vedrà che entro qualche ora, o qualche giorno al massimo, le riporteremo il bottino», esordì imperioso il Maresciallo, alzandosi dalla sedia. Nicola si chiese, in quel momento, da quale film avesse tirato fuori quella frase. Nello stesso momento, invece, Donna Concetta si chiese di quale bottino stesse parlando. Ma, evidentemente, non ebbe neanche il tempo di chiarire l’equivoco, che già il militare aveva afferrato il berretto e la sua opulenza, e aveva richiamato all’ordine l’Appuntato: «Forza, Nicola, qui non c’è tempo da perdere! Andiamo!» e se n’era uscito, dirigendosi a grandi falcate verso la macchina. Da lì, aveva tirato fuori la testa dal finestrino e, rivolto a quella povera donna ancora stupita, l’aveva esortata «Passi dalla caserma appena può, per la denuncia». «Lasci perdere – si era affrettato ad intervenire l’Appuntato – passerò io qui da lei nel pomeriggio» e di corsa si era messo alla guida ed era ripartito a tutto gas. «Maresciallo – aveva osato appena erano rimasti soli – ma perché tanta fretta? Dove stiamo andando?». «Ah, dove stai andando tu non lo so, ma io sono sicuramente diretto a casa, dove mi aspetta un bel piatto di maccheroni col ragù! »

 
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Pubblicato da su 16 dicembre 2011 in Racconti

 

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