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ROOMING IN: SI O NO?

06 Set

Forse non tutte hanno avuto la fortuna di imbattersi in qualcuno (nel mio caso, nella mia cara amcia ostetrica e nel suo bellissimo corso pre-parto) che ti faccia innamorare per tempo dell’idea di non separarti mai dal tuo bambino dal momento in cui nasce in poi. Forse, non tutti ti inducono a riflettere su alcune verità importanti e, a mio modesto parere, imprescindibili. Forse, esiste ancora la cultura secondo la quale la puerpera e il suo affaticamento debbano passare assolutamente in primo piano.

Ma pensiamoci un attimo. Lui (o lei) è stato per oltre nove lunghi mesi avvolto nel caldo tepore del liquido amniotico; per circa 40 settimane ha recepito suoni confusi e lontani, come quando al mare ci tuffiamo per un’immersione; la luce, durante questo tempo lunghissimo, gli è arrivata appena, spenta, opaca. All’improvviso, senza avere alcuno strumento che lo induca a capire cosa e perchè stia succedendo, avverte una forte spinta verso il basso, una spinta che si fa sempre più intensa, fino ad incanalarlo lungo un tunnel di carne. La sensazione più prossima, seppur lontanissima, a quella che sta provando lui è quando cerchiamo di indossare un maglione a dolcevita che ci vada strettissimo, e per un attimo crediamo che resteremo lì bloccati per sempre. Poi, ancora senza poter capire, sguscia via e si sente afferare da mani, avverte voci quasi assordati che si urlano tra loro “L’ho preso.. Aspiratore.. Auguri mamma!.. Veloci, passatemi le forbici…”. Da quel caldo tepore, ora si sente avvolgere da un freddo profondo, che l’umidità che si porta sulla pelle tenerissima attira ancora di più. Non riesce ad aprire gli occhi perchè strane luci lo accecano e tutte queste nuove sensazioni gli stanno facendo paura. Troverà conforto, entro qualche istante, sul petto della mamma, e una consapevolezza ancestrale farà sì che riconosca il suo odore e si acquieti. E’ l’unico posto in cui chiede di stare, in cui smette di avere paura, in cui si rasserena.

Fine primo atto. Si riapre la scena e quello stesso bambino è nella culletta della nursery, solo in mezzo agli altri: chi strilla, chi dorme, chi ha le labbrucce tremanti di chi si chiede perchè gli stiano facendo questo. Sì, c’è una puericultrice che non gli fa mancare un pannolino pulito, e che ogni 3 ore lo porta dalla sua mamma per la poppata, ma a lui non basta. Non basta la poppata; vuole le carezze. E non solo per mezzora ogni tre ore. Ha bisogno della sua mano che gli scorra luno il corpicino piccolo piccolo, che lui non sa ancora neppure essere il suo, e che gli faccia sentire la sua presenza anche mentre dorme. Ha bisogno di quella voce che, per nove mesi, ha sentito ininterrottamente, condividendone il tono e, forse, imparando addirittura ad interpretarne le emozioni. Non conosce parole che possano fargli capire dove sia finito, perchè, cosa ne sarà di lui. Lui non conosce ancora il linguaggio, se non quello dell’Amore, che solo chi l’ha messo al mondo può dargli.

Eppure, quando qualche giorno fa, parlando con alcune amiche che avrebbero partorito di lì a poco, ho chiesto loro se avrebbero tenuto con sè il bambino o no, mi sono sentita rispondere “Ma che sei matta? Meglio che se ne occupino al nido. Sarò talmente stanca…” e io avrei voluto urlare, dal più profondo del mio cuore “MA CHI CAZZO TI CREDI DI ESSERE?”.

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Pubblicato da su 6 settembre 2011 in La cura dei cuccioli

 

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